Northumberland: tra natura e storia

Ho sempre amato la Scozia e devo dire che anche gli scozzesi mi sono molto simpatici.

Mi piacciono le brughiere, le scogliere a picco sul mare, la regione dei laghi e le strade più adatte a carri che a moderne automobili. Persino il tempo piovoso, qui diventa parte del folclore, anche se i rari giorni di sole restano una benedizione. Castelli e siti preistorici, disseminati in una landa poco abitata, sono un fantastico modo di perdersi tra natura e storia.

Qualche anno fa avevamo deciso, in occasione di un viaggio in Scozia, di spingerci a est di Edimburgo per una puntata all’isola di Bass Rock dove nidifica la sula bassana, che da qui prende il nome, unica specie di sula in Europa, e, con l’occasione, avevamo sconfinato nel Northumberland (Inghilterra) per arrivare fino alle isole Farne, altro sito ornitologico e di nidificazione di varie specie. Ci arrivammo in agosto ma i pulcinella di mare, principale attrazione, avevano già abbandonato il luogo.

Fu così che un po’ di anni dopo decidemmo di tornarci e con l’occasione conoscere meglio questa regione inglese di confine.

Anche il Northumberland è una terra di castelli e brughiere, di mare e tempo improponibile. Questa regione ha tante similitudini con la Scozia, ma ha costituito da sempre il confine tra le due nazioni e quindi è sempre stata  un punto di attrito e in genere una linea di demarcazione nell’isola tra nord e sud sin dal tempo dei romani.

Arrivammo dunque ad Edimburgo e, noleggiata un’auto, ci dirigemmo verso Seahouses, che, come dice il nome, è un paese di case sul mare, abitato da pescatori.

Per arrivarci, anche qui su stradine tanto strette quanto pittoresche, si passa davanti al castello di Bamburgh,che racchiude tra le sue mura una lunga storia risalente ai Bretoni, densa di guerre, come d’altra parte la sua geografia di confine suggerisce.

La posizione del castello è scenografica oltre ad essere stata strategica.
Perfettamente restaurato ed aperto al pubblico offre un bellissimo colpo d’occhio, specie se illuminato dal sole. Il castello ha fornito il set cinematografico a numerosi film, da Ivanhoe degli anni ’50, ai più recenti “Elisabeth” e “Macbeth” e merita una sosta, che puntualmente facemmo.

Proseguimmo poi per ancora qualche chilometro e arrivammo alla meta del nostro soggiorno.

Una sistemazione familiare, governato da una anziana e simpatica signora, che come spesso accade in queste piccole cittadine, aveva trasformato la sua casa in un confortevole Bed and Breakfast per qualche turista stagionale e ci coccolava con colazioni deliziose oltre che con una stanza tranquilla, con un  arredamento molto da campagna inglese, accogliente e curato, dove tornavamo dalle nostre escursioni spesso bagnati e infangati.
La stanza offriva una vista su una lunga spiaggia dove era facile intravedere un solitario, magari accompagnato da un cane, percorrere la battigia da un capo all’altro, nella luce calante della sera.

Il motivo per aver scelto Seahouses, peraltro un graziosissimo paesino con un colorato porticciolo ed una vista assai piacevole, era, come detto, le isole Farne, raggiungibili con un breve tragitto in barca proprio da qui.

Le isole sono di fatto disabitate, se si esclude l’attività dei ranger del National Trust che vi soggiornano per brevi periodi. Solo tre del gruppo di circa una quindicina sono visitabili, tra cui la Inner island. Il clima è sempre ventoso, a volte piovoso, ma non importa, il luogo è comunque unico e incredibilmente bello.

Partimmo la mattina sulla barca aperta dal porticciolo di Seahauses e approcciammo il piccolo arcipelago, costituito da alte scogliere, ma anche a tratti di basse rocce dove è facilissimo trovare le foche grigie, fino a sbarcare ad Inner Island dopo aver passato il faro. Sull’isola il tempo era tutto nostro con la possibilità di decidere dove andare e per quanto tempo fermarsi in un angolo o in un altro, purchè rispettassimo i camminamenti segnati, pensati a tutela degli animali, ma assolutamente ragionevoli, che non ostacolano la visione e la possibilità di fotografare.

Ci andammo per due giorni di fila, nella speranza di godere di qualche raggio di sole almeno in parte, visto che il primo giorno era stato martellato da una pioggia quasi senza interruzione.

Alla fine sperimentammo poco sole e tanta acqua, il cielo per qualche momento azzurro e un minuto dopo coperto, vento costante ma…… pulcinella di mare per ogni dove. I pulcinella di mare fanno il loro nido scavando buche nel terreno (a volte sfruttano le tane fatte da altri) ed era tutto un andirivieni di lavori in corso per la costruzione del nido e l’abbellimento, poi c’erano i corteggiamenti, i voli in mare per pescare, la difesa del proprio nido dai concorrenti e intanto i cormorani in cova curavano le proprie uova con regale distacco, ignorando la confusione intorno, e le sterne, sempre aggressive, ti attaccavano se passavi, anche a notevole distanza dal nido o dai piccoli. Piombavano in picchiata, a sorpresa, colpendoti in testa ma mirando agli occhi.  Per fortuna il cappuccio della giacca a vento difendeva parzialmente anche da questi bombardamenti fuori programma.

Non c’erano momenti di inattività o di respiro, perché la vita ferveva e l’occhio veniva sempre attirato da scene diverse e nuove, spesso in contemporanea.

I pulcinella di mare erano sicuramente le prime donne del luogo, vuoi per i loro colori, vuoi perché sono simpatici ed empatici, vuoi perché sono molto attivi, quindi li trovi sempre in interazione fra loro, sempre al lavoro, sempre in movimento. Ma non vanno trascurate altre specie come i cormorani dagli occhi verdi, a cui ho accennato prima, oppure le gazze marine (il nome inglese razorbill rende di più, perché il becco a rasoio è la loro caratteristica principale), poi le urie, che nidificano e si corteggiano su scogliere a strapiombo sul mare, e varie specie di gabbiani, dal reale al comune, dallo zafferano al tridattilo.

Credevamo di avere un sacco di tempo a disposizione, ma le ore volarono e ci ritrovammo al momento di tornare alla barca, primo perché non si può restare sull’isola, secondo perché, anche potendo, posso facilmente immaginare, rabbrividendo, che tipo di notti aspetterebbe l’incauto che perdesse il passaggio a terra.

Tante ore circondati solo da questa fauna, che vive la sua vita, per la maggior parte del tempo ignorando la presenza umana, una volta tanto discreta, diventa non solo una esperienza fotografica, ma finisci per farti coinvolgere dal corteggiamento di una coppia di urie qui, da un piccolo di sterna che mendica affamato cibo dai genitori che arrivano dal mare, da due occhi verdi che dal nido sul bordo della scogliera ti guardano, non so se con diffidenza o curiosità, oppure da una lite per accaparrarsi un posto privilegiato sugli scogli da parte di gabbiani che stridono come  vecchie comari al mercato.

Su tutto questo movimento rumoroso è costante il sottofondo del mare, con le sue onde che si frangono sulla scogliera, più in basso rispetto al tuo punto di osservazione, e il vento implacabile che aggiunge la sua voce.

Prima di scendere al mare per imbarcarci, ci fermammo alla cappella di St Cuthbert, parte di un complesso monastico del XIV secolo oggi perduto, eccetto che per questo piccolo e suggestivo edificio, restaurato negli ultimi anni del secolo scorso. Una sosta di silenzio tra le spesse mura di pietra all’interno di questo isolatissimo luogo di preghiera, che ispira qualche riflessione, dopo l’ubriacatura di una giornata frastornante in mezzo alla fauna, oggi proprietaria indiscussa del luogo.

Tornando a Seahouses lasciando il faro e le scogliere, cogliemmo l’opportunità di avvistare di nuovo le colonie di foche grigie. Si vedono ammucchiate sulle basse rocce e poi in mare, tanto eleganti in acqua quanto sgraziate e pesanti a terra. Non sono fra le più fotogeniche, con quei musi un po’ beluini e quel colore asfalto o al massimo maculato, del resto il loro nome in greco dà una idea del loro aspetto: «maiale di mare dal naso a uncino», eppure osservarle e fotografarle è sempre interessante e divertente e finiscono per dissipare quel primo impatto negativo.

Sbarcati nel porticciolo di Seahouses in due passi si arrivava al caldo e all’asciutto della nostra dimora, che ci riservava un’ultima vista con i colori del tramonto sulla lunga spiaggia, oltre una meritata doccia bollente, prima di uscire per il paese alla caccia di un ristorante carino e confortevole, visto che dalla mattina a colazione non avevamo più mangiato niente e l’aria di mare mette appetito, si sa.

Dopo la full immersion nel “wildlife” eravamo pronti ad un giro di esplorazione con destinazione il famoso “vallo”. Sì perchè nel Northumberland si trova il Vallo di Adriano, o meglio le rovine di questo grandioso avamposto al confine del mondo civile dei romani.

Appena si lascia la strada principale, ci si inoltra in strettissime strade di campagna, con paesini e villaggi con cottage di pietra circondati da fiori di una bellezza bucolica.

E finalmente ecco il Vallo.  L’imperatore Adriano lo fece costruire come confine nord dell’impero romano e divideva di fatto in due l’isola, stabilendo una demarcazione tra mondo civile e mondo barbarico (nel concetto dei Romani ovviamente) che, grosso modo anche se non esattamente, corrispondeva alla divisione odierna tra Scozia e Inghilterra. Il vallo era forse uno dei “castrum” più fortificati dell’impero e fungeva, pare, anche da dogana delle merci. Quello che colpisce, guardandolo oggi, è quanto fosse isolato e desolato e come dovesse essere difficile vivere in questo luogo alla fine del mondo per la guarnigione romana, che si ritrovava lontana da tutto, veramente all’estremità dell’impero con tutti i disagi del caso.

Passeggiando oggi tra le rovine e la terra verde ma fangosa, perdendosi con lo sguardo nella vasta distesa di colline popolate di pecore e poco altro, mi domandavo come si sopravvivesse tra queste mura, circondati da nemici nel peggiore dei momenti, ma dal niente nei migliori, anche se i romani si erano muniti di qualche comodità, come le terme, per attenuare il senso di solitudine e disagio, che un prolungato soggiorno in questo sito dovevano di sicuro provocare. In particolare mi chiedevo cosa significasse per una donna vivere qui e crescere dei figli. Come non disperarsi davanti a un terreno impregnato d’acqua fangosa, sotto un cielo gonfio di nubi, coperto da nebbia e grigiore, con l’umidità che penetrava negli alloggi, nei vestiti e in qualunque suppellettile? Come non sentirsi persi davanti a un paesaggio uguale e ripetitivo fin dove si perdeva l’occhio?  Oggi forse ci riesce difficile immaginare la solitudine e l’isolamento, sia pure in questo 2020, appena concluso, in cui abbiamo sperimentato limitazioni alla libertà di movimento e alla comunicazione sociale, perché oggi abbiamo altre risorse come internet, i social, la televisione, whatsapp, la videoconferenza, i notiziari, ma allora? Vivere ai confini dell’impero era vivere in solitudine fisica e mentale in un modo, che ci è difficile concepire.

Eppure a me che, arrivavo di passaggio in un luogo immaginifico per il suo ruolo nel passato e mi trovavo davanti rovine di difficile interpretazione per i profani, visto che sono costituite da lunghe file di mura e pietre, non leggibili immediatamente ma bisognose di un minimo di studio, veniva spontaneo subire il fascino del passato e di questo baluardo della romanità.

In fine prima di lasciare questa zona e ritornare ad Edimburgo facemmo una sosta nel castello scozzese diroccato di Dirleton, risalente al XIII secolo e abbandonato alla fine del XVII.

Una romantica rovina medievale che puoi popolare di fantasmi o semplicemente di silenzio e vento, dove oramai sono perduti i singoli dolori o le singole gioie vissute in questo luogo, ma inspiegabilmente sottostanti nell’aria, come invisibili fantasmi.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice