Lonesome George e le tartarughe giganti delle Isole Galapagos

Per una darwiniana come me, le Galapagos sono sempre state una meta agognata. Il fatto che ci ha trattenuto per molti anni è stato il tipo di tour che ci veniva proposto. Trovo che la visita a paradisi naturali sia incompatibile con i grandi numeri, ma ovviamente i piccoli numeri significano costi altissimi. Non volevamo aggregarci a una mini nave da crociera che portasse un alto numero di passeggeri tra le isole incantate, anche se bisogna dire che le regole di visita alle Galapagos sono il più possibile a difesa degli animali e a protezione dell’ambiente, ma d’altra parte il turismo finanzia molte delle attività di ricerca ed è una delle maggiori fonti di reddito delle isole e dello stato ecuadoregno. Insomma tutte le volte che cercavamo di trovare la soluzione, questa ci sfuggiva, fino a che non ci imbattemmo per caso nel viaggio che volevamo.

Non so come, scoprimmo che il Galapagos Concervancy organizzava una volta all’anno una crociera tra le isole con l’accompagnamento di una guida naturalista (una delle più esperte, per giunta fotografo e appassionato di immersioni) e della Dr. Linda Cayot, a capo per anni del progetto di salvaguardia e protezione delle tartarughe giganti (galapagos in spagnolo) nel centro di ricerca Charles Darwin sull’isola principale Santa Cruz. La nave era l’Integrity, un gioiello con 9 cabine passeggeri, che ci avrebbe condotto di giorno a visitare 10 isole navigando di notte tra l’una e l’altra.

Ci innamorammo dell’itinerario e dell’organizzazione. Avremmo fatto scalo a Quito, dove avremmo trascorso qualche giorno per visitare questa città, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, e poi avremmo preso un volo per Baltra, dove c’era l’allora unico aeroporto delle Galapagos.

Non stavo più nella pelle, mi rilessi il viaggio di Darwin, cercai di farmi un’idea della fauna e della flora delle varie isole, che erano nel nostro programma e divorai tutto quello che riuscii a trovare della loro geografia e storia.

Le Galapagos sono un arcipelago vulcanico costituito da 18 isole principali, 3 isole piccole e 107 isolette o semplici affioramenti rocciosi, situate nell’Oceano Pacifico a cavallo dell’equatore, a circa 1000 km dalla costa dell’Ecuador, di cui fanno parte.

 Sono in una posizione geografica  particolare che ne determina l’unicità. Si trovano infatti alla confluenza di tre correnti oceaniche: la corrente di Humboldt, la corrente di Panama e, in periodi che variano da 2 a 7 anni, anche la corrente “El Niño”. Questo significa che queste correnti, che arrivano da aree geografiche molto lontane e variegate fra loro, confluiscono in questo punto, diventando il crocevia di un numero elevatissimo di specie marine.

Se a questo aggiungiamo la loro rilevante lontananza dalla costa continentale, di cui per altro non hanno mai fatto parte, ecco spiegata l’origine di una fauna e flora particolari, che hanno avuto uno sviluppo in un contesto di estremo isolamento. Qui sta la ragione per cui  sono state così importanti per le osservazioni di Darwin. Infatti  l’isolamento protrattosi  per milioni di anni,  in aggiunta alle condizioni ambientali peculiari dell’arcipelago, hanno portato a meccanismi evolutivi specifici e unici.

L’intero arcipelago è,  per fortuna, un parco e una riserva marina protetta dal 1959. Purtroppo in passato, ovvero da quando gli europei le avvistarono  per la prima volta nel 1535, hanno subito una serie di violenze ambientali con danni specie alle tartarughe giganti, che furono sistematicamente cacciate, perché costituivano una fonte di alimentazione ideale per le navi di balenieri, pirati e pescatori, che si fermavano qui per rifornirsi.

Ma ritorniamo al nostro viaggio e al nostro arrivo a Santa Cruz, dopo essere atterrati nell’isola di  Baltra (anche chiamata Seymour). Subito all’aeroporto trovai in un anfratto nascosto un barbagianni e, vista la mia passione per i gufi, che colleziono in tutte le forme e materiali, lo considerai di buon auspicio.

Appena sistemati al Royal Palm Resort Hotel,  bellissimi bungalow immersi in un parco lussureggiante, partimmo alla caccia (fotografica) delle famosissime tartarughe terrestri. Sono dei veri giganti perché  hanno un carapace che può arrivare ai  150 centimetri di lunghezza ed un peso che può raggiungere i 300 kg.

Sull’isola si trova El Chato Giant Tortoise Reserve dove le tartarughe si aggirano libere e senza nessuna limitazione tra meli  e alberi di Guava in un silenzio quasi irreale. Si cammina per circa un’ora incontrandole di continuo e si arriva ad un laghetto dove le tartarughe spesso si immergono.

Per fotografare questi esseri viventi, che sembravano arrivati direttamente dalla preistoria, mi chinavo spesso, anzi a volte mi sdraiavo per terra per riprenderle non dall’alto, ma al loro livello e cosi le vedevo avanzare lentamente, dignitosamente nel verde, strappando un ciuffo d’erba qui, masticando lentamente un’altra erba là, con uno sguardo mansueto, ma brillante, sia pure indifferente agli umani, che dopo averne fatto scempio, adesso le guardavano pieni di ammirazione e quasi con deferenza. Ce n’era ben d’onde , avevano vissuto e avrebbero vissuto molto più di noi , mi sembravano sagge e il loro lento incedere (ma costante quindi di strada poi ne facevano parecchia) mi ricordava che il tempo non contava molto per loro e forse un po’ invidiavo questa mancanza di fretta e questa filosofica tranquillità. Incrociavo il loro sguardo e avevo modo di vedere quanto enormi fossero, per poi osservare il loro carapace ideato da madre natura per proteggerle dai predatori (eccetto l’uomo, il più pericoloso).

Scoprii anche che la forma del carapace è diversa da una sottospecie all’altra, può essere a cupola (come quelle che avevo davanti) oppure a sella. C’è una ragione anche per questo, perchè quello a sella è tipico delle tartarughe delle isole aride, dove la vegetazione è molto rada e cresce verso l’alto. Infatti questa forma di carapace permette loro di allungare il collo ed estendersi per arrivare al cibo, mentre a Santa Cruz, isola piena di vegetazione rigogliosa il carapace è a cupola.

Arrivai alla laguna al tramonto e mi accoccolai a debita distanza osservando qualche tartaruga che si avvicinava a bere e si rifletteva nello specchio d’acqua nella luce radente del sole calante,  per poi entrare nell’acqua, suppongo a rinfrescarsi o a liberarsi dei parassiti. Decisamente un inizio entusiasmante della nostra visita, così come quella nostra  serata trascorsa a terra in una specie di foresta tropicale con un cielo stellato come sa essere solo in quelle latitudini.

La mattina dopo ci aspettava il centro di Ricerca Charles Darwin con una guida di assoluta eccezione. Lynda Cayot era arrivata alle Galapagos nel 1981 per studiare le tartarughe giganti per il suo PHD (il dottorato) dalla Syracuse University (USA). Da allora ci era rimasta per più di 30 anni come coordinatrice dei progetti di conservazione, diventando anche  per 11 anni consulente scientifico del Galapagos Concervancy. Aveva dato vita, partecipando e pianificando, a tutte le attività  di conservazione delle tartarughe di terra occupandosi anche delle iguane di terra.

Scattò da parte mia una immediata simpatia per questa donna alla mano, così  innamorata del suo lavoro e così capace di trasmettere insegnamento ma anche amore per quanto era oggetto della sua vita quotidiana, a noi così estraneo. Con passione contagiosa,  ci fece da guida nel centro di ricerca, facendoci arrivare anche in quelle parti del centro dove di solito non venivano ammessi i turisti. Per lei tutte le porte erano aperte e non esitò con generosità e orgoglio a farci parte di questo suo mondo.

C’è da dire che eravamo affascinati dal sistema di protezione delle piccole tartarughe appena nate, dal sistema di classificazione, dalle incubatrici, insomma da tutto quanto era volto a salvare dall’estinzione una specie che all’estinzione era arrivata molto vicina, anzi alcune sottospecie sono andate perdute per sempre.

E qui devo introdurre la storia della più famosa tartaruga gigante del mondo e della sua rocambolesca e avventurosa vita: Lonesome George Si legge in Wikipedia: “è stato un esemplare maschio di Chelonoidis abingdonii, una specie di testuggine insediata nell’isola di Pinta, una delle più piccole e isolate dell’arcipelago delle Galápagos. È noto per essere stato l’ultimo rappresentante vivente di quella specie, ritenuta addirittura estinta prima del suo ritrovamento, diventando di conseguenza un simbolo della lotta per la conservazione dell’ecosistema dell’arcipelago. Dopo svariati tentativi, mai andati a buon fine, di farlo accoppiare con femmine di altre specie prossime per generare esemplari ibridi, che conservassero anche solo in parte i geni di Chelonoisis abingdonii, venne trovato morto nel 2012 (a un’età di circa 100 anni), sancendo così l’estinzione della specie.”

Questo freddo e obiettivo resoconto non rende partecipi della sua  storia, che  è  molto più affascinante di così. Sull’isola di Pinta si riteneva che la specie di tartarughe giganti fosse estinta da tempo fino a che negli anni settanta un fotografo, andato a visitare l’isola, fece per caso una fotografia, che mostrò ai biologi, in cui compariva un animale, che sembrava essere una tartaruga gigante. Fu una incredibile sorpresa per tutti, che spinse i ricercatori a battere l’isola palmo a palmo  fino a che trovarono Lonesome George, un maschio sopravvissuto, chi sa come, e unico esemplare della sua specie (questa con il carapace a sella).

Nel 2010, quando noi arrivammo alle Galapagos, Lonesome George trascorreva i suoi ultimi anni di vita tranquillo nel centro ed era possibile ammirarlo da una distanza, che non lo disturbasse. Passai molto tempo ad osservarlo e Linda ci permise di stare quanto volevamo. Lo fotografai, ma soprattutto mi innamorai della sua storia e mi emozionai di avere la fortuna di vederlo vivo e vegeto.  Mi ritrovai ad immaginare un dialogo silenzioso con questo iconico e saggio vecchio, che con distacco se ne stava per conto suo nel suo piccolo regno, anche se non così libero come era stato a Pinta , ma finalmente ammirato da tutti dopo aver visto tutta la sua “famiglia” sparire lasciandolo in una infinita solitudine (da qui il suo nome Lonesome: solitario).

Solo due anni dopo morì e venne presa una decisione che mi rattristò molto, perché  decisero  di mandarlo a New York per l’imbalsamazione per poi venire esposto nel museo delle isole Galapagos. Mi sembra ancora adesso una terribile mancanza di rispetto e vergognosamente riduttivo imbalsamarlo ed esporlo a prendere polvere.

Da inno alla vita e alla tenacia nel sopravvivere ridotto a oggetto museale. Se posso accettare con fatica che abbia trascorso molta della sua vecchiaia nel centro Darwin dove è stato studiato in lungo e in largo, ma dove gli è stata garantita la qualità di vita, non c’è giustificazione alcuna per questa inutile strategia commerciale, che riduce tutto a un business lucroso. Ma forse sono io a sbagliare nel credere che il posto degli animali sia  nel loro habitat naturale e, quando hanno una vita come quella di Lonesome George, nella storia naturale e della conservazione, ma grazie a fotografie, al ricordo e al racconto della sua storia e non dietro la vetrina di una bacheca in una stanza, sia pure di un museo.

Io lo ricordo comunque vivo  e una delle foto che avevo scattato nel 2010 ebbe un seguito. Quando nel 2012 morì, il Galapagos Concervancy pubblicò una richiesta a quelli che lo avevano fotografato perché inviassero le sue immagini. Una delle mie foto fu scelta per ricordarlo nella cover del loro calendario di quell’anno e poi in un articolo scientifico su Nature Ecology and Evolution qualche anno dopo.

A Santa Cruz uscendo dal centro avemmo qualche altra sorpresa: i tunnel di lava  e i crateri dei due gemelli “Los Gemelos”. Si tratta di due crateri di vulcani estinti che costituiscono due profonde depressioni nel terreno coperte di vegetazione: felci, muschi, alberi di scalesia e orchidee.

Intorno una varietà di fringuelli, a portata di macchina fotografica, in quanto, non timorosi dell’uomo, si posavano anche relativamente vicini, senza fuggire al primo rumore.

Dobbiamo a questi primi due giorni sull’isola anche i primi incontri con le iguana marine e poi, in attesa di imbarcarci nel porticciolo di Puerto Aroya (la cittadina con il maggior numero di abitanti tra le cinque isole abitate) mentre bevevamo un caffè , vedemmo i primi granchi delle Galapagos di un arancio-rosso psichedelico, che risaltava sul grigio ferro delle rocce laviche su cui si arrampicavano e muovevano.

Intanto, poco distante, un pellicano si crogiolava al sole calante e stendeva le sue ali ad asciugare.

Ma arrivò il momento dell’imbarco e iniziò la nostra avventura sull’Integrity, che ci avrebbe portato di isola in isola alla scoperta di questi incredibili e unici ambienti, vivendo per 10 giorni tra mare, cielo e  terreni lavici.  

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice