Il Monastero della Tigre in Bhutan

Una delle pubblicazioni recenti su Oltretutto Travel Writer parlava di un tempio sospeso sulle rocce in Cina e mi è immediatamente venuta in mente “La tana delle Tigre” in Bhutan. Infatti anche in questo piccolo stato buddista himalayano si trova un monastero arroccato su uno sperone di montagna a strapiombo su un precipizio.

Il monastero di Taktsang, comunemente chiamato “tana della tigre”, sorge nella valle di Paro, un complesso di templi dedicato al Guru Padmasambhava, l’introduttore del buddismo tibetano in Bhutan, che si dice abbia meditato qui per tre mesi nell’VIII secolo. La costruzione risale al XVII secolo ed è uno dei monasteri più noti del Bhutan.

Io lo visitai nel 1994, poi, nel 1998, probabilmente un cortocircuito diede il via ad un incendio rovinoso (ci fu anche un morto), che provocò ingentissimi danni. I lavori di riparazione e restauro furono avviati subito e furono coordinati direttamente dal governo e dal re.  Nel 2005 furono completati e il monastero riaperto anche alle visite.

Il mio viaggio dunque fu pre-incendio, quindi vidi l’originale costruzione del XVII secolo. Arrivare al monastero era di per sé un’avventura. Si percorreva un dislivello di 900 metri per arrivare fino a 3120 metri di altezza. All’epoca una parte della salita era a cavallo e poi a piedi in mezzo a una foresta di pini punteggiati dalle bandierine della preghiera lasciate dai fedeli.

Il percorso partiva costeggiando la riva destra del fiume (Paro Chhu) e poi si saliva fino a trovarsi di fronte il complesso monastico, aggrappato alla roccia, quasi magicamente costruito, perché per compiere l’ultimissimo tratto ed arrivare ai templi si doveva percorrere una scalinata di gradini di pietra irregolari senza alcuna protezione sullo strapiombo.

Comunque lo spettacolo era grandioso: i colori delle pareti e dei tetti degli edifici ovvero il bianco, rosso e marrone, si stagliavano contro la parete rocciosa circondata da qualche macchia di pini, cresciuti tra le rocce, sotto un cielo con le nuvole in continuo movimento. Questa visita fu parte di un viaggio in un paese che considero la cosa più vicina alla mitica Shangri-La, che abbia mai visto. Il regno è una piccola enclave indipendente, circondata e quasi schiacciata da due colossi: India e Cina.

Una delle caratteristiche di questo governo illuminato è che calcola il benessere della popolazione non basandosi sul criterio del PIL ma su quello del FIL, ossia la Felicità Interna Lorda, che si definisce su parametri quali la qualità dell’aria, la salute dei cittadini, l’istruzione, la ricchezza dei rapporti sociali. Il regno è sempre stato gestito cercando di non adottare il modello di vita occidentale e tecnologico, ma mettendo al centro l’uomo e la sua cultura. Ad esempio quando io visitai il paese la televisone non era ammessa, gli abiti erano solo quelli tradizionali sia per donne che per uomini, i visitatori stranieri erano in numero chiuso (2500 all’anno), le cerimonie di danze, religiose e di teatro erano ispirate alla cultura e religione del buddismo himalayano.  Si cercava insomma di difendere l‘identità culturale del paese. Ovviamente un paese piccolo, poco popolato, in un ambiente montano, amministrato da una monarchia centralizzata ha più possibilità di difendersi da influenze esterne.

Bisogna anche ammettere che all’interno qualche rivolo di insofferenza c’era, ad esempio l’obbligo di vestire in modo tradizionale irritava i giovani, che guardavano ai jeans e alle Tshirt come oggetti del desiderio.

Oggi anche in Bhutan le cose sono un po’ cambiate, la televisone è arrivata, così come un po’ più di apertura verso il mondo esterno, ma resta il FIL alla base della valutazione della qualità di vita ed è l’unico stato al mondo ad averlo adottato.

Il viaggio fu affascinante non solo per le bellezze naturali, per l’architettura, per la spiritualità e bellezza dei templi e delle opere in essi contenuti, ma anche per la gente così solare, sorridente, ospitale, semplice, ma con un preciso connotato culturale piuttosto elevato. Infine per completare il quadro non bisogna dimenticarsi che eravamo nel cuore dell’Himalaya con picchi che ci sovrastavano, a volte nascosti dalle nubi, a volte visibili e di una bellezza quasi sovrumana.

Ripartendo in volo da Paro diretti a Kathmandu avemmo la grande fortuna di una giornata chiara e limpida e davanti al finestrino dell’aereo sfilarono le cime dell’Everest e del Lothse di un bianco accecante.

Un’immagine indelebile nella memoria e una gioia ed emozione incontenibile, conscia, come ero, che mai più avrei potuto essere così vicino alle cime più famose del mondo, a quei picchi che facilmente, dal mio punto di osservazione, si potevano immaginare come dimore degli dei

Di questo paese credo che tornerò a parlare per raccontare di Thimpu, Paro, Punakha, dei suoi Dzong (monasteri fortezze tipici di questo luogo) e dei suoi scorci naturali, perché questo regno così piccolo contiene grandi tesori di bellezza e armonia.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice