Gli orsi polari di Churchill, Manitoba

Sognavamo da tanti anni di andare in questo luogo remoto, dove gli orsi polari si radunano tra la metà di ottobre e  inizio novembre, aspettando che la baia ghiacci per disperdersi sulla banchisa a caccia di foche (foche degli anelli).È una finestra temporale molto ristretta, perché se arrivi troppo presto gli orsi non ci sono ancora, se troppo tardi hanno già lasciato la terra per cacciare sul mare gelato.

Churchill si trova nell’estremo nord del Manitoba (Canada) sulla baia di Hudson, sull’estuario del fiume Churchill, al 58° parallelo nord. È un avamposto sperduto con un clima molto più freddo di quanto la sua posizione potrebbe far pensare (è più o meno all’altezza di Stoccolma e del nord della Scozia) e questo in parte è dovuto all’assenza dell’influenza della corrente del Golfo.

Il terreno è una combinazione di permafrost e formazioni rocciose, situato al confine tra la tundra artica e la foresta boreale. Inizialmente era un insediamento di popolazioni nomadi, di cui costituiva un terreno di caccia. Gli europei ci arrivarono la prima volta agli inizi del 1600.

È sempre stato un luogo difficilmente accessibile via terra e questo ne ha decretato il suo isolamento. Oggi  Churchill deve la sua sopravvivenza in massima parte al turismo naturalistico, grazie alla presenza degli orsi polari d’inverno e dei beluga d’estate. La cittadina deve adattarsi alla convivenza con gli orsi polari, bellissimi animali ma pericolosi, e tutto ruota intorno a questa convivenza.

Il nostro viaggio iniziò con un volo a Chicago, da cui, dopo una sosta di un paio di giorni (cerchiamo sempre di fermarci, quando transitiamo per questa fantastica città americana), proseguimmo per Winnipeg e poi Churchill ( sempre in aereo, solo progressivamente più piccoli). L’arrivo a Churchill cambiò temporaneamente le nostre abitudini, non solo per il freddo ma per il doversi muovere con cautela per le strade del luogo.

Appena arrivati visitammo come prima cosa la prigione degli orsi, sulla strada dell’aeroporto. Una specie di capannone dove gli animali trovati a girovagare in città (di solito giovani) vengono tranquillizzati e trattenuti per poi essere rilasciati non appena la baia ghiaccia.

A questo proposito la prima cosa che mi stupì fu che gli abitanti del luogo lasciassero aperte non solo  le porte di casa, ma anche quelle delle macchine, per permettere ad un eventuale persona in pericolo di potersi rifugiare all’interno. Detto questo, quell’anno il gelo e il ghiaccio erano in ritardo e quindi invece di una distesa bianca ci trovammo davanti un paesaggio a macchia di leopardo, dove in alcuni tratti c’era il ghiaccio, ma in altri la flora della tundra incluso qualche fiore. L’ambiente perciò era un po’ diverso dal previsto e gli gli animali convergevano nella baia sempre più numerosi e affamati e disperatamente in attesa di iniziare la caccia.

Capitava infatti di fare avvistamenti in mezzo a muschi e licheni invece che nel tradizionale mondo bianco, che aveva colpito il mio immaginario. La cittadina di Churchill è il classico posto di frontiera con una strada principale e poco altro, isolata e la cui animazione è affidata ai turisti interessati al wildlife di queste regioni e ai fotografi, che sciamano in questo luogo unico di avvistamento in questa stagione.

Il sistema per avvicinare gli orsi e avere modo di vederli in azione e fotografarli in sicurezza è particolare. Su veicoli enormi (Tundra Buggy) con ruote così alte, che permettono di essere posizionati al di sopra anche di un orso che si erga sulle due zampe, si perlustrano le aree circostanti, dove la presenza umana è praticamente nulla, alla ricerca di questi animali solitari, anche se in questo periodo e in questo luogo interagiscono un po’ di più  fra loro in attesa di tornare alla loro vita in isolamento sul ghiaccio.

Sul Tundra Buggy si è in numero limitato, specie se, come nel nostro caso, si decide di allontanarsi da Churchill e passare anche le notti su questo mezzo, che per qualche giorno diventa la casa.

Il mezzo, guidato come un camion, dispone di un ampio interno come un autobus, ma molto più spazioso e con possibilità di muoversi e spostarsi all’interno. Sul retro uno spazio all’aperto per fotografare, dove puoi trascorrere tutto il tempo che ti serve, ma dove il freddo è talmente pungente, che ti obbliga ad un certo punto a rientrare. La sera in mezzo al niente ci si aggganciava ad un altro veicolo simile, che conteneva le cuccette e una cucina dove mangiare. Il team di ragazzi che gestivano la cucina e manutenevano il luogo era veramente bravo sia di cucinare (in Canada una rarità dato che il cibo in genere è molto mediocre) sia per simpatia.

La mattina dopo ci si sganciava e si ripartiva per altre esplorazioni. Tutto senza toccare mai il suolo.

Il vantaggio di questa sistemazione, molto spartana, ma accettabile, era che non dovevi ogni giorno portar via tempo al safari per allontanarti da Churchill verso altre aree di avvistamento e la sera per tornare in paese. Ci si spingeva così in posti più distanti ed, inoltre, ci affascinava l’idea di trascorrere serate e notti isolate, immersi nella natura, nel silenzio e nel buio più totale, sapendo che fuori dal nostro guscio la vita selvaggia faceva il suo corso. Non fummo così fortunati da vedere l’aurora boreale, ma ci consolammo con il paesaggio e i ripetuti incontri con gli orsi polari.

Noi trascorremmo due sere (quella di arrivo e quella prima della partenza) in paese e gli altri quattro giorni sul Tundra Buggy. Oltre che incredibilmente emozionante fu anche molto divertente. Ma andiamo con ordine.

Arrivati in paese trascorremmo la prima giornata di ambientamento alla scoperta del paese , del piccolo museo (Eskimo Museum) e dell’antico forte, oltre ad una visita ad un allevamento di husky e un giro sulla slitta per vederli all’opera.

Il giovane uomo che possedeva l’allevamento, dove andammo, chiacchierò a lungo con noi raccontandoci delle sue avventure con i suoi fidati cani , costituite da viaggi nel ghiaccio di centinai di chilometri. E lo faceva come se fosse una cosa normale, del resto “le popolazioni locali lo hanno sempre fatto”, diceva. Capivo il suo entusiasmo e mi domandavo, se avessi potuto scegliere di farlo, se avrebbe prevalso il fascino dell’avventura o il terrore dell’isolamento e solitudine senza rete di salvataggio. Il dubbio mi restò.

 Ci imbarcammo dunque sul Tundra Buggy e iniziammo la vera e propria avventura in un  paesaggio di  spazi immensi, distese a perdita d’occhio di tundra e di pozze gelate. Immaginate l’emozione di avvistare in questo immoto paesaggio un puntino in movimento, che avvicinandosi diventa un gigante che può arrivare a 450 chili e alto più di due metri quando si erge sulle zampe posteriori.

A volte capitava che l’animale fosse molto vicino tra i licheni a cercare di raggranellare qualcosa da mangiare. Il fatto è che gli orsi hanno una conformazione digestiva che fa sì che li nutra solo il grasso (in genere quello di foca o di beluga ma non solo) mentre non assimilano gli altri cibi e quindi non si saziano con una preda come un uccello o un roditore. Ecco la ragione per cui il congelamento della baia e la caccia alle foche è determinante per la loro sopravvivenza.

Compresi meglio da questi incontri ravvicinati quanto la pericolosità dell’orso polare sia anche dettata dal fatto che molto spesso non ti accorgi di loro, perchè molto ben mimetizati nel paesaggio e molto silenziosi, quindi, quando li vedi, se sei a piedi e non protetto in un mezzo, spesso è troppo tardi per correre ai ripari: loro si sono spaventati e reagiscono e sono quasi sempre guai seri.

Avemmo la fortuna di incontrare anche qualche piccolo o giovane che viveva le sue prime esperienze nell’ambiente ed era per noi divertente e commovente vederlo scivolare sul ghiaccio e cadere oppure rannicchiarsi nella neve mentre altra neve scendeva dal cielo.

A vederli gli orsi polari sembrano davvero peluche, in pose così tranquille, sdratiati a sonnecchiare oppure in cammino lentamente sul terreno, una madre che gioca o coccola i suoi piccoli oppure un muso bianco che si erge tra i licheni. Questa loro apparenza trae sempre in inganno e anche per questo sono così pericolosi. Si tende infatti a sottovalutarli.

Se un orso attacca non c’è scampo. Possono essere velocissimi e non c’è tempo per scappare. Come tutti gli animali di solito non attaccano deliberatamente l’uomo , ma se percepiscono il pericolo, la loro difesa è l’attacco, quindi l’attenzione non è mai troppa. Anche il loro avvicinarsi all’abitato è dettato dalla fame e arrivano così vicini proprio nella speranza di trovare qualche cosa da mangiare. Si tratta quindi di incontri fortuiti, di interazioni non volute da entrambe le parti, ma non per questo meno allarmanti.

Comunque prese le dovute precauzioni, l’osservarli è una esperienza emozionante e dalla nostra postazione sicura e inattaccabile ci potevamo permettere di trascorrere il tempo a guardarli e a seguirli, desiderosi che si avvicinassero in questo caso.

Nelle nostre esplorazioni tra mare, ghiaccio, tundra, muschi, licheni e qualche albero incontrammo anche la volpe artica, sia pure da molto lontano, e molto più vicina la pernice artica. Il tempo fu vario, dal sole al nebbioso e dalla neve con un cielo basso e grigio a qualche apertura e squarcio di azzurro, ma sempre assolutamente gelido. Tra i nostri incontri anche un Tundra Buggy dei ricercatori del Churchill Northern Studies Center, che si agganciarono al nostro stesso rifugio notturno. Una ricercatrice in particolare ci raccontò della loro vita nel centro e delle loro ricerche.

Fotografammo molto anche in condizioni di luce estremamente difficili e il tempo, come sempre, volò e giunse troppo presto il momento di tornare alla civiltà.

Di nuovo a Churchill fummo costretti a dare l’addio alla nostra casetta mobile artica, a cui ci eravamo affezionati, sia pure se  qualche scomodità avevamo dovuto metterla in conto. Fare la doccia ad esempio era sempre una discreta sfida, dormire in cuccette disposte come in un treno, ma divise solo da tende non è il massimo della privacy e del silenzio, ma devo dire che ci adattammo e non ci accorgemmo quasi di queste piccole modifiche alle nostre abitudini. Ripartimmo da questo mondo in pericolo per i cambiamenti climatici,  così inospitale e ostile per l’uomo ma di una bellezza senza uguali, con la grande speranza di poterci tornare, speranza che fino ad oggi non abbiamo potuto trasformare in realtà.

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice