La Neve a New York

La parte più spettacolare del nostro viaggio oramai era alle spalle : San Francisco con i suoi colori, le luci di Las Vegas , l’incanto dei parchi, le rosse rocce, gli orizzonti infiniti, tutto ancora nei nostri occhi e, per sempre, nei nostri ricordi. Il nostro gruppo capitanato dall’ineguagliabile Marco era in attesa dell’aereo per New York, l’ultima tappa. Dall’oblò scrutavo quel tappeto incolore che scorreva veloce, inframezzato da grigie nuvole, così come i miei pensieri fantasticando su quanto ci attendeva a New York….

Ci ero già stato anni prima, ma chi può dire di conoscere una metropoli come New York. La ricordavo grigia, rumorosa, un po’ fredda ma quanto affascinante. Volevo colmare dei vuoti, non perdere un secondo del nostro tempo, dedicare un pomeriggio ad un museo, Metropolitan ? Frick Collection ? Moma ? Beh vedremo, non potevo decidere, ero pur sempre un ospite.

L’hotel era centralissimo, un Hilton, tempo di lasciare i bagagli e via all’Empire State Building per una vera panoramica della città: era l’imbrunire, una striscia di fuoco all’orizzonte, il Central Park una macchia che perdeva ogni colore con il passar dei minuti e milioni di luci che nell’oscurità diventavano sempre più vivide, come stelle.

Poi la cena, ristorante Gallagher, mi pare, famoso per le sue carni. Come entrammo capii subito che era un tempio dedicato a Broadway…Le pareti erano tappezzate dai volti di attori del Teatro americano ed io avrei saltato la cena per riconoscerne alcuni : riconobbi Nureyev, Alfred Lund e Lynn Fontanne, Mary Martin….grandi divi del passato. Il rientro in Hotel camminando nella notte newyorkese lambiti da rari fiocchi di nevischio.

Qualcuno disse che non avrebbe attaccato, l’indomani New York era coperta di neve !

Un pullman ci aspettava per l’immancabile tour della città , ma durò poco perché l’autista ci riportò all’Hilton dovendo rientrare data la situazione metereologica. La neve continuava a scendere copiosa, inarrestabile sempre più bianca, sempre più fitta. Il traffico si arrestò come per incanto ed i passanti diventavano più frettolosi e rari. Capii che i miei piani culturali andavano in fumo. Mi restava la bellezza della natura , questa città così dinamica diventare magica e silenziosa, ovattata. I grattacieli erano coperti da una nube bianca ed i “pavements” quasi impraticabili.

Non ricordo come trascorremmo quelle ore, quei giorni, era tutto un po’ strano, inatteso. Vedevo Marco, il nostro leader sempre più preoccupato. I media parlavano della nevicata del secolo, gli aeroporti chiusi, situazione drammatica anche se bellissima .

Ma il nostro capitano non si perse d’animo; spariva per ore, poi ricompariva con notizie fresche. Il giorno della partenza effettiva ci annunciò che saremmo andati a Washington in treno, se funzionante. Ci trascinò armi e bagagli nella metrò sino alla Grand Central Station. Io sempre con il pensiero al Cinema, ricordai i film quivi ambientati, la testa per aria, fate voi. Ci accampammo sul gelido pavimento della Stazione, perché c’era gente intorno….gente? na folla !!!! Marco sparì di nuovo e dopo alcune ore tornò urlando SI PARTE e ci trascinò per una scalinata che portava alla banchina dei treni. Salimmo su un vecchio convoglio da pendolari che forse ci stava aspettando perché partì subito. Rimasi a guardare quel paesaggio innevato, quei sobborghi tutti uguali, fantasticando sulle persone che vivevano in quei luoghi in fondo così simili al tratto Gallarate/Milano Garibaldi.

All’arrivo a Washington il nostro capitano ci trascinò nuovamente nel metrò…riuscii a vedere lontanissima la cupola del Campidoglio. Non so come Marco sapesse dove andare: io ero, come gli altri, completamente passivo. Ci fece scendere in una stazione e da sottoterra sbucammo in un non luogo. Una distesa di neve, nel nulla, aspettate qui, ci intimò; Non nevicava più ma il freddo ci stava abbruttendo.

C’era una panchina di marmo coperta di neve: la pulimmo e ci salimmo sopra, sorreggendoci….meno fredda della lastra di ghiaccio ai nostri piedi. Poi il nostro eroe tornò e ci fece correre in mezzo alla neve fino a due taxi che ci stavano aspettando. Ma come li ha trovati ? Eravamo nel deserto del Polo Nord e c’erano i taxi ? strano !! Finalmente l’aeroporto di Washington (quanti film) tutti volevano partire, non c’era un bar, un ristorante aperto, solo le toilette e un po’ di caldo. Dopo ore partimmo veramente, ci cibarono anche e dormimmo sino a Malpensa. Saluti frettolosi, ci vediamo per una cena , una rimpatriata, mandami quelle foto…Mi avvicinai a Marco, chi lo conosce sa che è un tipo speciale, ancora mi onora della sua amicizia. Ci abbracciammo in silenzio, non c’era nulla da dire.

Roberto Bertini