New York, New York!

Sono stato a New York tre o quattro volte durante i miei anni nel turismo ma non credo di conoscere questa città. So per certo di amarla e desiderare rivederla così come è oggi. Voglio ricordare il mio primo viaggio, forse perché è quello che più è rimasto nella memoria e l’ultimo, indimenticabile. Erano viaggi organizzati da Tour Operator e Compagnie aeree, si chiamavano “educational” e ringrazierò sempre chi negli anni mi ha invitato perché ho potuto così conoscere un po’ di mondo.

In queste poche righe non pretenderò di guidare nessuno, ma vorrei solo rivivere per me stesso ricordi ormai lontani. La prima immagine che ho di New York è il suo skyline che apparve improvvisamente dopo aver lasciato l’aeroporto, poi il lungo tunnel sotto l’Hudson ed infine Manhattan. Per le persone della mia generazione che ancora ricordavano le privazioni della guerra, l’America rappresentava la libertà, il progresso e l’entusiasmo della vita. Tutto questo ci era stato improvvisamente insegnato dal cinema americano, sia brutto o bello non importa, ma ci aveva fatto sognare.

L’albergo era un po’ obsoleto, mi pare fosse il St.Moritz ma la vista sul Central Park era impagabile.

Era anche vicinissimo al Plaza, e da lì iniziai il mio itinerario hollywoodiano: Cary Grant che telefona alla madre dalla reception prima di essere rapito nel film di Hitchcock era un ottimo inizio.

La prima sera ci portarono in un ristorantino presso Washington Square Park dove suonava una jazz band, ma il luogo con le sue vecchie case vittoriane mi trasportava alla fine dell’ottocento e, ancora cinema, all’ Ereditiera di Wyler. Tornammo a piedi verso l’hotel percorrendo chilometri di Park South avenue, come spiati da quegli imponenti grattacieli ed immergendoci in quella vita notturna della città “che non dorme mai”.

Il Metropolitan Museum of Art mi meravigliò quasi per la ricchezza delle sue opere, da Bruegel il vecchio a Botticelli a Caravaggio. E da lì costeggiare il Central Park e rivivere le ricche magioni della Fifth ave. sino alla residenza del magnate dell’acciaio Henry Frick, che donò alla città la sua ricchissima collezione di opere d’arte.

Ricordo che mi affascinò l’architettura del Dakota Building quasi un castello un po’ tetro e minaccioso, abitato però dal grande direttore e compositore Leonard Bernstein ed dalla vedova di Bogart, Lauren Bacall, ma famoso già allora, prima dell’assassinio di Lennon, per essere stato il set di un film gotico “Rosemary ‘ s baby” di Roman Polanski. E come non ricordare i quartieri ispanici con quei grandi spazi racchiusi in alte reti metalliche dove le gang di West Side Story ritmavano schioccando le dita i passi della loro danza.

Allora si veniva a New York carichi di commesse: era un “must” andare dal Triestino o dal Romano per acquisti di ultime novità nel campo dell’elettronica ma, soprattutto per i ray ban… un quartiere in quel tempo periferico con la ferrovia sopraelevata che lo attraversava, oggi trasformata in una meravigliosa e verde passeggiata, ma che mi ricordò i tanti film polizieschi in “bianco e nero” con quegli inseguimenti tra le metalliche colonne della sopraelevata, e con le stars di allora, gli eroi, i cattivi e le dark ladies.

Vorrei scrivere ancora, ma è difficile fermare i ricordi, si accavallano, si trasformano, diventano fantasie. Poi c’è il viaggio di pochi anni fa, quello guidato da Marco, ma è un altra meravigliosa storia…

Roberto Bertini

Viaggiatore