Ginevra è un luogo dove è sempre stata scritta la Storia. Di Ginevra parla Cesare nel De Bello Gallico nel 58 A.C., ma le sue origini sono molto più antiche.
Divenne un avamposto romano nella Gallia, che diventerà sotto Augusto la Gallia Narbonese. Da allora fino ai giorni nostri non ha mai smesso di essere al centro di vicende politiche, religiose, guerresche e di pace. Soprattutto è sempre stata un crocevia di popoli e questo suo ruolo di centro culturale e vitale non poteva non attirare il mio interesse.
Mi ripromettevo da anni di passarci qualche giorno e finalmente è arrivato il momento giusto. Geograficamente è un luogo “felix”. Si trova a meno di 80 Km dal Monte Bianco, sul lago Lemano (anche chiamato lago di Ginevra), il più grande lago dell’Europa occidentale, alla confluenza con il Rodano, circondata a ovest dal massiccio del Giura.
Già questa posizione offre panorami spettacolari e angoli di grande emozione. Tanto basterebbe per amarla, ma, come dicevo, l’altro ingrediente è la Storia e le storie, in cui inciampi ad ogni pietra della città.
Abbiamo deciso di arrivare a Ginevra facendo il traforo del Monte Bianco, una delle mie montagne preferite. Prima del traforo e subito dopo sul versante francese si gode una vista strepitosa sul monte specie poi se è una giornata di sole. Poi da Chamonix è un attimo arrivare a Ginevra, che non essendo una grande città è facile da girare (compatibilmente con il traffico intenso).



Il nostro albergo era appena dentro la cerchia dell’isola pedonale del centro storico, a letteralmente due passi dall’imbarco dei traghetti e del ponte Mont Blanc sul lago, con il famosissimo getto d’acqua a portata di sguardo.


Se la Svizzera in genere offre un tempo rilassato al residente e al visitatore, questo è vero particolarmente qui. Non è una città sonnolenta, anzi tutt’altro, piena come è di sedi diplomatiche, di organizzazioni internazionali, di turismo benestante se non ricco (Ginevra è tra le 15 città più care al mondo), di uomini di affari e anche di giovani (è sede universitaria), ma i ritmi sono più tranquilli di quelli a cui sono abituata e ne ho approfittato per guardarmi intorno e lasciarmi contagiare e guidare dai racconti di un passato antico e recente.
La prima sosta è stata al giardino inglese, che contiene uno dei simboli di Ginevra, ovvero l’orologio floreale, composto da più di 6000 fiori e piantine, che viene azionato dal satellite e costituisce una meta obbligata per chiunque arrivi in città (Ginevra è la città degli orologi). Inoltrandosi poi a passeggiare nei giardini, perfettamente tenuti, ci si accorge che tanta perfezione non è applicata ai viottoli su cui si cammina, che sono tortuosi. C’è una ragione: i sentieri girano intorno alle piante e quindi seguono la disposizione degli alberi piegando per evitarli.

Attraversato il giardino siamo al lago e all’imbarco dei traghetti che fanno servizio sul lago. Proprio qui il 10 settembre del 1898 fu assassinata l’imperatrice d’Austria nota come Sissy, l’infelice sposa di Francesco Giuseppe, la cui vita è stata raccontata in molteplici libri e portata sugli schermi da una indimenticabile Romy Scneider.



A questo punto eravamo pronti per salire sul Savoie, un battello a vapore risalente all 1914, facente parte della flotta Belle Époque della Compagnie Générale de Navigation sur le lac Léman (CGN).Il battello percorre la tratta Ginevra-Yvoire e sul ponte di questo affascinante vascello ho trascorso un paio di ore, iniziando con l’ammirare il famoso getto d’acqua, l’altro simbolo di Ginevra: un getto d’acqua verticale che raggiunge i 200 km all’ora, sposta una massa d’acqua di 80 tonnellate e arriva fino a 140 metri di altezza, attraendo lo sguardo dovunque ci si trovi in città. Di sera poi viene illuminato e la sua luce si riflette sulle acque.


Sul lago malgrado ci fossero solo 20 gradi vi erano coraggiosi bagnanti e bambini che giocavano nell’acqua e salutavano allegri, c’erano poi vele spiegate sullo sfondo della città e delle montagne del Giura e, dato che la giornata era limpida, si riusciva anche ad intravvedere il ghiacciaio del Monte Bianco. Tutt’intorno volavano tranquilli gabbiani e cormorani mentre cigni maestosi scivolavano sull’acqua.


Con mio grande piacere vedevo anche gli aerei, che per un breve tratto sorvolano il lago andando ad atterrare all’aeroporto. Finalmente si ricomincia a viaggiare pensavo, vedendo le scritte delle varie compagnie aeree, che contraddistinguevano le fusoliere.
Il lago di Ginevra ospita numerosi porticcioli con miriadi di barche e i ginevrini sono molto orgogliosi di affermare che, pur non avendo il mare, gli svizzeri hanno ottenuto risultati marinari di tutto rispetto come aver riportato l’America’s Cup in Europa dopo 150 anni e aver vinto (Bernard Stamm) la più lunga e massacrante regata in solitaria, l’Around Alone, un po’ di anni fa.
L’idilliaca visione del lago, che è veramente uno dei più belli d’Europa, anche se io non sono assolutamente una tifosa dei laghi, era ogni tanto interrotta dal suono del corno della nebbia (ship’s horn), del nostro vascello, in questo caso usato per avvertire le imbarcazioni che erano sulla traiettoria Del Savoie, mentre dal comignolo usciva uno sbuffo di vapore che mi faceva ritornare indietro nel tempo, alle letture delle attraversate dell’inizio del secolo scorso, suggestione resa più viva dal gioiello di nave sulla quale navigavamo, tenuta lustra, con gli ottoni brillanti come se fosse appena uscita da un cantiere dell’epoca.
Scesi dalla barca in cerca di un caffè, scoprimmo nella strada davanti al nostro albergo una creperie con i tavoli all’esterno, dove ci sedemmo e, buttando all’aria tutti i buoni propositi di dieta, trasformammo il caffè in una crepe con panna, gelato e lamponi. Una delizia!
Lasciato questo girone dei golosi, dove saremmo tornati per ben due volte nei giorni seguenti, ci spingemmo passeggiando all’interno della città medievale, senza una vera meta, ma finimmo per vedere molte delle piazze e monumenti per cui è famosa.
Tra acciottolati e saliscendi, arrivammo alla Place du Bourg-de-Four, l’antico mercato del bestiame di epoca romana, oggi trasformato in un insieme di ristoranti e caffè che circondano la fontana, punto di ritrovo dei ginevrini. Gli edifici sono in pietra con colorate persiane in legno e i fiori abbondano ancora in questa stagione. La piazza è animatissima, proprio come doveva essere al tempo in cui era un mercato.
Ma forse una delle piazze e degli edifici che più mi ha colpito è la piazza e la cattedrale di St.Pierre, un vero e proprio tesoro, che racchiude secoli di storia in un solo ed unico edificio. La piazza è ampia, vuota, lastricata, con ai bordi delle panchine su cui sedersi per ammirare la facciata che domina lo spazio circostante.
In questa chiesa si concentrano secoli di vita della città ma anche dell’Europa, incominciando dal sottosuolo, sito di scavi archeologici, che hanno portato alla luce rovine risalenti all’età dell’impero romano con successive costruzioni, in particolare le fondamenta di una grandiosa basilica cristiana che fu la cattedrale della città dal 350 al 1535. Ben visibili i vari strati archeologici e ancora riconoscibili le vasche del battistero (una volta ci si immergeva interamente per il battesimo, solo successivamente si passò al rito che conosciamo oggi).






Camminando sospesi sull’epoca medievale (l’esposizione degli scavi è molto ben fatta e tecnicamente avanzata) ci si perde nel tempo e ci si ritrova davanti l’antica pianta della cattedrale, i successivi cambiamenti, un bellissimo pavimento a mosaico, sembra fosse il pavimento della stanza del Vescovo (niente a che fare con quella di Piero Chiara), ovvero il luogo dove il vescovo riceveva e l’imponenza e raffinatezza del luogo ci rimandano all’importanza anche politica del vescovo a quei tempi.
Invece nell’attuale cattedrale, rifatta ai tempi della riforma, Calvino tenne le sue prediche per 23 anni. Calvino infatti elesse Ginevra e questa cattedrale come sua sede, facendo della città la “Roma protestante” ed influenzando pesantemente tutta la vita della città.
Di quell periodo è rimasta all’interno della chiesa la sua sedia in legno. C’è da dire che con la riforma e la modifica di questo luogo di culto furono rimosse tutte le decorazioni appartenenti al periodo cattolico tranne qualche vetrata. Così entrando e camminando nelle navate le pareti sono spoglie, ma, quando l’ho percorso io, il sole si rifletteva sulle vetrate dall’esterno e disegnava un caleidoscopio di luci sulla pietra in alto. Un effetto che mi ha dato una sensazione di maggior leggerezza e spiritualità nel complesso maestoso, austero e un po’ tetro.






In questo contesto la prima cappella a destra dell’ingresso costituisce una eccezione quasi incongrua con il resto.
La cappella dei Maccabei è decorata e piena di colori e pittura. Fu costruita come tomba di un cardinale nel XV secolo e ha una storia intensa. Infatti dopo la riforma divenne un deposito di polvere da sparo e sale, poi una sala dove professori di filosofia tenevano lezioni, per tornare ad essere la cappella che si ammira oggi, fornita tra l’altro di una acustica perfetta, che la rende adatta ad ospitare concerti. A questo proposito oggi ha un bellissimo organo che fu posizionato alla fine dell’800 sopra la tomba del cardinale.



Sul soffitto danzano angeli in un cielo blu, il pulpito è decorato di statue e l’impressione è di sontuosa vita a colori. Ci si siede volentieri tra i banchi in fondo alla cappella per ammirarne l’ingresso ed avere uno sguardo di insieme sul sito, riprendendo respiro dopo un passaggio tanto repentino da uno stile all’altro.
Ritornando all’esterno la facciata neogotica è affiancata da due torri di epoche diverse e prima di lasciare questo luogo, che mi ha incantato e fatto vagare nel tempo e nei secoli, va ricordato che nelle due torri e sul campanile si trovano un complesso di 45 campane. Le due più grandi sono posizionate nella torre nord.
Attratti da questo emblema della città ci ripassammo anche la sera per vederla nella luce notturna e coglierne il fascino delle ombre proiettate nel silenzio e nella relativa solitudine della piazza, dopo aver cenato nel Restaurant Les Armures (il più antico caffè di Ginevra), ospitato in un palazzo seicentesco, con due sale in legno dove si mangia una fonduta di formaggio superlativa ad un prezzo ragionevole, per gli standard di Ginevra, con un servizio eccellente.



Ma continuando a vagabondare per questo luogo pieno di sorprese, che ad ogni angolo cambia pelle, come un camaleonte, portandoti in un diverso mondo, si incontra il muro della riforma, nel parco dei bastioni, nel territorio dell’università, fondata da Calvino.

È costruito sulle vecchie mura ed è un omaggio in forma di bassorilievo alle figure e agli avvenimenti della Riforma, di cui Ginevra è stata il centro e di cui, si potrebbe dire, si è impregnata.
Ma poi si incontra una targa con le parole di Jorge Luis Borges, che qui visse l’ultima parte della sua vita e vi morì. “Di tutte le città del mondo……Ginevra mi sembra la più propizia alla felicità”. Così veniamo riportati al significato che la Svizzera e Ginevra in particolare hanno rivestito per molti perseguitati di qualunque parte del mondo, che qui trovarono rifugio e una possibilità di vita ed espressione durante il corso del tempo.

Ed ecco il busto di Jean Henry Dunant il fondatore della Croce Rossa, nato a Ginevra nel 1828. Fu la battaglia di Solferino a portarlo ad una svolta della sua complessa vita e alla fondazione della Croce Rossa. E a questo punto ci si deve confrontare con il capitolo della Ginevra internazionale, al centro della diplomazia, delle organizzazioni umanitarie e non.


Si esce dalla città vecchia per dirigersi ad una parte della città residenziale con grandi spazi aperti, coperti di verde, di parchi e di palazzi e monumenti che raccontano la storia moderna. Qui fu fondata la Società delle Nazioni, che all’indomani della prima guerra mondiale (conferenza di Parigi 1919) voleva essere un “Mai più” alla guerra. Prevenire con la diplomazia e con il controllo degli armamenti ulteriori tragici conflitti, come quello appena chiuso, e migliorare la qualità di vita dell’umanità.
La società si estinse per lasciare il posto alle Nazioni Unite, dopo il fallimento dei sui scopi, che la seconda guerra mondiale decretò. Qui comunque oggi risiede il più importante, dopo il palazzo di vetro a New York, degli uffici delle Nazioni Unite. Qui batte il cuore di quell’utopia di pace, benessere e tolleranza, che l’umanità da sempre persegue e sempre non riesce a realizzare.
La lunga fila di bandiere, che sventola davanti al palazzo delle Nazioni Unite, mi ha ispirato più malinconia che fiducia. I molti fallimenti pesano come ciclopiche pietre sulla esistenza di tanti popoli, ma è pur vero che la sua esistenza alimenta la speranza del “continuare a provarci”.

Proprio davanti al Palazzo si trova un ampio spazio occupato interamente da getti d’acqua che creano giochi continui, che fanno da sfondo ad una sedia gigantesca con una gamba rotta. “The broken chair” fu commissionata da uno dei fondatori della Handicap International Suisse nel 1996 per sensibilizzare gli stati a firmare il trattato di Ottawa per la messa all bando delle mine antiuomo. Fu realizzata dall’artista svizzero Daniel Berset e installata davanti all’ingresso del Palazzo delle Nazioni di Ginevra il 18 agosto 1997 e lì avrebbe dovuto restare fino alla firma del trattato nel Dicembre del’97 .


Lì è rimasta come omaggio alle vittime delle mine antiuomo fino al 2005 e poi, dopo una breve rimozione per i lavori di ristrutturazione del palazzo delle Nazioni, di nuovo installata dal 2006 a sostegno del divieto delle bombe a grappolo.
Migliaia di turisti si fanno fotografare sotto quella gamba spezzata, che simboleggia le amputazioni agli arti provocate dalle mine. Ma guardandola un po’ più da lontano la simbologia è veramente potente e questa gigantesca opera colpisce come un pugno nello stomaco. Non ho potuto fare a meno di pensare che, malgrado il trattato sulle mine antiuomo sia operativo dal 1999 e abbia avuto l’adesione di 150 paesi, ta cui l’Italia, che era uno dei maggiori produttori di mine antiuomo, resta il fatto che 36 paesi non l’hanno firmato tra cui gli Stati Uniti, la Cina e la Russia.
Allontanandosi da questa piazza lungo un viale che costeggia un parco si giunge alla statua di Gandhi situata in mezzo al verde. Ci sono andata proprio il 2 di ottobre, anniversario della nascita, e la statua di questo piccolo uomo, diventato un gigante dell’umanità, era adornata di fiori e petali secondo l’uso indiano e mi fece tornare il buonumore.
Ancora qualche metro e, lasciandosi alla destra il museo Ariana della ceramica e del vetro, ecco sulla sinistra l’imponente palazzo delle Croce Rossa. Beh almeno questa istituzione ha raggiunto alla grande il suo scopo, ovvero quello di alleviare la sofferenza e il dolore delle catastrofi umanitarie.

Una coincidenza che proprio di fronte a questo palazzo sull’altro lato della strada si apre una bella costruzione sede della scuola alberghiera.


Due aspetti agli antipodi della vita umana, curiosamente posti proprio uno di fronte all’altro.
A proposito degli uffici residenti in città, ho scoperto che qui si trova la commissione che ha riorganizzato tutte le strade di Europa. Le nuove denominazioni hanno avuto tutte qui la loro organica sistemazione. Ad esempio quando si trova in Europa una strada che inizia con “E” e finisce con ”0” significa che è un percorso che va da nord a sud, mentre se finisce con “5” va da ovest a est. Questo è solo l’impianto base, ma tutto lo sviluppo del traffico europeo è stato studiato qui e spesso ricalca e ripercorre antiche vie, che hanno attraversato questo continente fin dalla notte dei tempi.
Avevo riservato l’ultimo atto di questo soggiorno al Museo Barbier Mueller, perché possiede una collezioni di 7000 opere (la collezione più grande al mondo in mani private) di arte tribale e primitiva proveniente da tutto il pianeta (Africa, Asia, Oceania, America).



Questa però è stata un po’ una delusione in quanto, pur non aspettandomi 7000 opere esposte, mi sono trovata davanti a veramente troppo pochi oggetti. Era in corso una mostra sulla civiltà Dong Son vietnamita, sicuramente interessante e con dei bei pezzi ma poco altro era esposto. Pochissime opere africane, qualche pezzo in più di arte indonesiana e quasi niente di arte dell’Oceania, mentre per le Americhe c’era solo un video di un anziano dell’Amazzonia che raccontava uno dei loro miti.
Forse erano le mie aspettative ad essere troppo alte, ma sono uscita insoddisfatta con un senso di incompletezza e di rimpianto per non avere nemmeno scalfito una delle collezioni, che è stata in cima ai miei desideri di appassionata di questo tipo di arte fin da giovanissima.

Abbiamo concluso il viaggio alla scoperta di questa bellissima città con un percorso di ritorno alternativo, costeggiando il lago, sulla statale, fino a Losanna, una strada che si apre su paesaggi suggestivi, tra vigneti, immagini con lo sfondo dei monti del Giura, e piccoli paesi pieni di verde e di charme, fermandoci tra l’altro al Castello di Rolle (XIII Secolo). Il tempo era piovoso, ma credo che, in questo caso, abbia aggiunto fascino alle nostre continue soste e deviazioni, tra verdi brillanti, cieli di tutte le tonalità di grigio, nuvole in continuo movimento su un lago immobile dove solo qualche cigno scivolava silenzioso.



Ci siamo definitivamente accomiatati con una sosta in un caffè che era anche una panetteria artigianale e offriva tutti i tipi di torte, salate e dolci, biscotti fatti in casa e marmellate.

La signora ci ha preso in simpatia e quando abbiamo pagato il conto ci ha regalato, tutta orgogliosa, una baguette da assaggiare, rientrando a casa, con la marmellata che avevo acquistato.
Fabrizia Cataneo


