Londra per me non è una meta turistica, oramai è casa o, forse, dovrei dire era casa.
La mia prima conoscenza con questa città, che sarebbe diventata una delle mie più amate, risale al 1983. Ci arrivai con curiosità, ma convinta che non mi avrebbe conquistato come anni prima aveva fatto Parigi, dove ero stata per un periodo di studio.
Invece negli anni Londra è diventata un affetto e un punto di riferimento. Da allora ci sono tornata in media una volta ogni anno e mezzo. Ci ho passato l’ultimo dell’anno, ci sono andata in estate, in autunno e in primavera. All’inizio curiosa dei suoi quartieri e dei suoi incredibili musei, poi per così tanti motivi da farne una seconda pelle.



Londra è la città dove, qualunque interesse tu coltivi, non hai difficoltà a trovare tutto quello che lo riguarda.
Per dirla con Samuel Johnson “Non troverai nessuno, soprattutto un intellettuale, che voglia lasciare Londra. No, Sir, quando un uomo è stanco di Londra è stanco della vita; a Londra c’è tutto ciò che questa vita possa offrire.”
Oppure molto più banalmente e ironicamente con i Grandi Magazzini Harrods: “Se non lo trovi a Londra forse non esiste!”
Tralascio i classici punti di interesse, perchè sono solo una piccolissima porzione di quello che questa città può mettere a disposizione.
Londra dall’83 a oggi è cambiata mille volte, quarant’anni che hanno trasformato il mondo e quindi anche questa città, potrei aggiungere che non sempre i cambiamenti sono stati in meglio, ma poi anche questo è un luogo comune, perchè il cambiamento non si può giudicare con il proprio vissuto, ma guardando avanti e solo il tempo può essere un buon giudice.






Per dare un orientamento a questo racconto e dare una logica ai ricordi e alle mie passioni, che riguardano questa metropoli, userò, inizialmente, come punto di riferimento e filo conduttore, gli alberghi più significativi, dove sono stata ogni volta.
Incomincio dal Westbury a Mayfair, dove trascorsi un ultimo dell’anno.
L’albergo era molto elegante, ma di un’eleganza un po’ vecchio stile, sembrava, anche nelle stanze, di essere ospiti al castello di Windsor, la quinta essenza dello stile “British”, nell’accezione più tradizionale e sofisticata, ma con tutte le comodità dell’era moderna. Erano ancora i tempi delle mie prime visite a Londra e così quell’ultimo dell’anno fu occasione di una commedia musicale (Miss Saigon) e una cena orientale organizzata dall’albergo per poi, dopo il brindisi di mezzanotte, riversarsi in una piazza Trafalgar piena di gente festante con le ragazze che andavano a baciare i “Bobby”(poliziotti londinesi), che effettuavano il servizio d’ordine con il loro immancabile giubbotto giallo. Ovviamente fuochi di artificio e, malgrado il freddo, un’atmosfera calda ed entusiasta, seguita, la mattina dopo, dalla parata del primo dell’anno in Regent Street.






A ripensarci adesso molto turistica con i carri che sfilavano e le bande che suonavano, ma anche molto caratteristica, seguita dall’arrembaggio ai saldi, che, a Londra, tradizionalmente iniziano il 1° gennaio, a cui però mi sottrassi.
Da quella esperienza mi restò la simpatia per i musical, che allora in Italia non trovavano spazio e invece erano una lunga tradizione anglosassone. Tra i tanti che ho visto da allora di sicuro il mio preferito resta “Cats”.
I teatri concentrati nello Strand sono già per la loro ubicazione un’esperienza da fare. Scendendo da Trafalgar Square verso Leicester Square e poi giù sullo Strand si entra in un’atmosfera animata di giorno, ma che dà il meglio di sè la sera: ristoranti di tutti i tipi, teatri per ogni gusto, cinema e volendo da Leicester Square l’ingresso alla Chinatown.
Londra gode della fama di città dove si mangia male, ma non è vero, ci sono tutti i tipi di cucina ed alcuni ad altissimo livello.
Per noi è diventata una tappa obbligata “Rules”,ristorante di cucina inglese, specializzato in cacciagione, dove se ordini la tradizionale birra inglese (ale) ti viene servita in boccali di peltro a temperatura ambiente (fresca ma non gelata). Il ristorante esiste dal 1798 e, al primo piano, ci sono ancora le sale riservate, dove il Principe di Galles (poi Edoardo VII), l’allegro, libertino e amante della bella vita, figlio della Regina Vittoria, si riuniva con amici e per gli appuntamenti galanti, nella massima riservatezza.
Il luogo sa di storia è a pochi passi dallo Strand e una volta vi si respirava il massimo della atmosfera della nobiltà. Oggi non è cambiato come locali e arredamento, ma lo hanno scoperto i turisti, specie americani e, anche dal punto di vista culinario, ha fatto qualche concessione al suo attuale pubblico.
Ma anche con Chinatown abbiamo una lunga tradizione ed ecco perchè.
Prima della Brexit, ogni grande gruppo americano aveva una sede europea a Londra e una delle aziende, con cui lavoravamo, assunse un ragazzo giovanissimo franco cinese, con cui legammo subito, il ragazzo divenne uomo, divenne il capo della sezione europea della compagnia, si innamorò di una bella ragazza cinese, a cui propose di diventare sua moglie in Italia, sul lago di Como. Noi ne eravamo informati, mentre la futura moglie non immaginava la proposta, e concordammo di invitare la coppia a cena dopo quella giornata, che era per loro memorabile. Senza averne l’esatta percezione, gli offrimmo le linguine all’astice e scoprimmo che in Cina esiste questo piatto ed è il piatto che si serve nelle grandi occasioni come ad esempio i matrimoni. Conquistammo la futura sposa e fummo invitati al loro matrimonio ai Kew Gardens (l’orto botanico di Londra) e da allora ogni anno quando arrivavamo a Londra, una sera ci facevano da guida alla scoperta della vera cucina cinese a Chinatown. Anche dopo che la famiglia era cresciuta (hanno due bambini piccoli) avevamo la consuetudine pre-Covid di incontrarci e passare una serata tra le leccornie delle varie cucine regionali cinesi.



Tornado a Mayfair, si tratta di una zona piena di antiquari, di negozi di super lusso, elegante e tranquilla dove una volta è bello passeggiare e curiosare, ma poi non è esattamente la mia idea del cuore pulsante della città e non ci capitò più di soggiornare al Westbury, avendo optato per altre zone di Londra.
Una delle mie favorite è South Kensington e lo eleggemmo nostra base per parecchi anni. Il Rembrandt (hotel) si trova di fronte al Victoria and Albert Museum, uno dei musei più interessanti, tra i meravigliosi musei londinesi, specie per le sue collezioni di arti orientali (tibetana, cinese, giapponese). Qualche ora trascorsa dentro alle sue sale è sempre un grande relax mentale per me. Ma a pochi passi si trovano anche molte altre cose come il London Oratory o Brompton Oratory, una delle poche chiese cattoliche di Londra, dove feci un’esperienza che ancora ricordo. La prima volta che mi recai a Messa lì, una domenica mattina, rimasi sbalordita dal fatto che sembrava che il tempo si fosse congelato a prima del concilio. Il prete celebrava di spalle rispetto ai fedeli, la comunione si faceva inginocchiati alla balaustra. Scoprii dopo che era famoso per le sue solenni celebrazioni della liturgia Romana tradizionale, soprattutto in latino. Siccome io sono una cattolica un po’ contestatrice e un po’ ribelle, quell’atmosfera, al di là del folklore mi stette parecchio stretta e più che a una Messa mi parve di partecipare a un rito dei secoli passati.
Ma poi la zona è bella per i suoi palazzi, i parchi, le strade laterali che ti portano diritta alla vita che vi si svolgeva nell’800 e naturalmente non ci si può dimenticare del museo di storia naturale, che, tra l’altro, ogni anno allestiva all’aperto nel suo giardino la mostra dei finalisti e vincitori del “Wildlife Photographer of the Year” in pannelli giganti tra cui girare e ammirare da diverse prospettive le magnifiche foto. Una volta questa manifestazione non arrivava in Italia, ma oggi invece arriva regolarmente a Milano in una galleria di Foro Bonaparte ed una volta, qualche anno fa, lo stesso allestimento di Londra era stato riproposto in via Dante.
Va anche detto che il Rembrandt ospitava nel suo ristorante una delle poche, se non l’unica “Carvery”, una volta tanto comuni a Londra (la più famosa era quella del Ritz, oggi scomparsa).
La Carvery è un ristorante dove su un piano griglia gigante troneggiano quarti di agnello, manzo e maiale (a volte anche tacchino) perfettamente arrostiti e ti puoi servire quante volte vuoi con ovviamente i contorni di patate, pannocchie arrostire e verdure bollite, molto insipide e molto inglesi.
La torta di mele chiudeva di solito questi nostri pasti divertenti e luculliani.
Dopo qualche anno optammo per Trafalgar Square dove l’Hilton aveva aperto un modernissimo hotel in posizione strategica sull’angolo della piazza con in faccia la National Gallery. L’albergo era tutto nero, modernissimo, con luce soffusa e decisamente un grande contrasto con la piazza dominata dalla colonna di Nelson, dai leoni e dalla sua mitica fontana.
Uno shock culturale entrare in albergo, specie perchè l’ingresso era attraverso un bar, frequentatissimo da giovani e giovanissimi, che creava sempre un ulteriore contrasto tra il silenzio e l’arredamento delle camere e dei piani con la vivacità e la rumorosità della musica e delle voci dell’ingresso. Quando uscivi la sera gli avventori erano dilagati sul marciapiede, dove la mia meraviglia era sempre grande di fronte a giovani fanciulle, che nel gelo invernale londinese, bevevano vestite di mini-abiti di lamè scollati, senza calze e con le spalle scoperte. Rabbrividivo solo a vederle. Mi sono sempre domandata se era l’alcol a compensare per il freddo intenso oppure erano a quel livello di ipotermia in cui si comincia a sentire caldo anche sotto il ghiaccio.
Non fu un amore con questo albergo anche se l’ubicazione era assai panoramica con le finestre sulla piazza e non era male svegliarsi al mattino sotto la protezione di Nelson e con di fronte le colonne della National Gallery.




A proposito di Nelson ogni volta che lo guardo così imponente sull’altissima colonna, che domina la piazza e così iconico come esempio di eroismo e di grandiosità della flotta di Sua Maestà, mi viene in mente di aver letto in un libro, come la vittoria di Trafalgar abbia un risvolto poco conosciuto e molto umano.
Sembra che l’ammiraglio avesse un grande amore nel cuore (lady Hamilton, moglie di Lord William Hamilton, ambasciatore di Sua Maestà nel Regno di Napoli) e, per restarle accanto, avesse ritardato a muoversi con le sue navi, accumulando un ritardo che avrebbe potuto essere fatale.
Recuperò, fu colpito a morte, ma riportò una strepitosa vittoria.
Lasciammo questa sistemazione per Green Park in pratica di nuovo a pochi metri da Mayfair e scegliemmo sempre un Hilton, ma alquanto diverso da quello di Trafalgar Square.


So che è stato completamente ristrutturato al suo interno negli ultimi due anni, purtroppo non c’è stata la possibilità di vederlo nella nuova veste, ma a me piaceva anche nel suo vecchio stile un po’ usurato. Ci siamo stati proprio appena prima che chiudesse per la ristrutturazione.
In quell’occasione ci eravamo dati appuntamento con una coppia di amici inglesi, che non vivono a Londra e trascorremmo un paio di giornate molto piacevoli.
Innanzitutto appena arrivata, visto che era una bellissima giornata soleggiata (piuttosto rara a Londra), lasciai mio marito a sorseggiare un tè in camera e mi precipitai a Green Park per attraversarlo ed arrivare di fronte a Buckingham Palace a fare due foto. Fui premiata perchè le aiuole all’uscita del parco davanti al palazzo erano piene di tulipani gialli e rossi. Adoro i tulipani e passai parecchio tempo a riprenderli con sullo sfondo il monumento alla regina Vittoria e ovviamente i cancelli del palazzo.

Ricordo poi che nelle stradine dietro l’hotel c’era un eccellente ristorante libanese, che merita una visita. La buona cucina libanese è rara in Europa e inesistente a Milano. Io ho ricordi di Beirut prima dello scempio delle guerre, che l’hanno distrutta, con ristoranti e tavole imbandite di mezzè, gli antipasti che precedono il piatto principale (tipico l’ agnello), che costituiscono una vera festa per il palato. Tanti piattini con insalate, hummus, falafel, verdure e la pita (il pane piatto, rotondo, lievitato, comune in tutto il medio oriente). Qui in questo luogo ebbi modo di rifarmi e anche i miei compagni di tavola apprezzarono molto questa mia idea di cena.
L’ Harma Restaurant (questo il suo nome) si trova in Shepherd Market una deliziosa piazzetta con piccoli negozi, ristoranti e pub vittoriani. Risale alla prima metà del’700 e ci tornai di giorno per fotografarla, perchè era uno di quegli incredibili angoli fuori dal tempo, che Londra sa regalarti.





Naturalmente ogni volta era d’obbligo arrivare in Piccadilly con una puntata da Fortnum and Mason, che, devo dire la verità, valeva molto di più anni fa quando nella sua sala da tè al piano rialzato si poteva avere un vero tè all’inglese servito con tutti i crismi e con le immancabili alzate piene dei tradizionalissimi ”scone” e, guardandoti in giro, vedevi signore inglesi immerse in chiacchiere in mezzo a turisti molto affascinati dall’atmosfera “British” del luogo. Purtroppo oggi è stato trasformato in un ristorante italiano e le specialità in vendita nella food hall sono per la maggior parte italiane, così devi andarti a cercare tra gli scaffali il tè Lapsang Souchong, il Christmas tea o il miele inglese o il rafano (horseradish), per citare alcune delle cose che di solito acquistavo.

C’è una tradizione, che però sopravvive anche oggi. Non tutti sanno infatti che, sul tetto del celebre grande magazzino, ci sono le arnie, che producono un prezioso e particolare miele in una piccola quantità, che viene messa in vendita una volta all’anno da Fortnum and Mason. Il miele metropolitano ha un gusto particolare e grazie alla nostra lunga frequentazione con questo shop, che prima della Brexit, ci spediva tè, biscotti allo zenzero e miele, eravamo riusciti ad averne un assaggio, anche se non ci è mai stato possibile essere lì quando viene messo in vendita (ovviamente si esaurisce in un attimo).


Giusto di fronte al grande magazzino c’è una istituzione a cui sono molto affezionata: la Royal Accademy.
Ho visto molte bellissime mostre in questo luogo. In particolare ricordo quella su Hokusai, il pittore giapponese, che avvicinai tramite questa mostra, senza immaginare che, molti anni dopo, mi sarei trovata in Giappone ad Obuse, dove questo longevo pittore visse nell’ultima parte della sua vita, lasciando parecchie opere nel museo e nel tempio locale.


Ad un’altra famosa esposizione non ci arrivammo per caso, ma ci recammo un weekend a Londra apposta per vederla. Si trattava di “ Africa”, con una infinità di opere di grande valore e bellezza e con un catalogo, che era un vero e proprio volume enciclopedico sull’arte africana.
Riattraversando la strada, proprio di fianco a Fortnum and Mason ecco Hatchards, una libreria, che è una tappa doverosa per me. Tutti i libri che vuoi, su diversi piani in un ambiente da salotto di una ricca casa tradizionale inglese. Legno, moquette, un bancone, tutto in legno, dove ci sono computer e mezzi moderni, ma non sfacciatamente in vista, quasi mascherati nell’ambiente, per non rompere la magia della libreria di una volta, dove mi aspetto sempre di veder entrare un gentleman con baffi e bombetta ( e non sarebbe fuori posto). Si tratta della più antica libreria inglese (risale al XVIII secolo). È stata acquistato da Waterstones, un colosso moderno di libreria, che invece detesto, ma per fortuna hanno avuto, fino ad ora, il buon giusto di non cambiare questo luogo tanto amato da Oscar Wilde.

Completamente diversa è la libreria Stanfords nello Strand, dove puoi trovare qualunque libro di viaggi, qualunque carta geografica, qualunque carta stradale.

Oggi ovviamente ha meno importanza di una volta, visto che puoi acquistare su internet quasi tutto, ma una volta era il mio paese delle meraviglie e trovavo un sacco di volumi e di carte geografiche di tutto il mondo, che in Italia non c’erano.
Anche adesso comunque ad ogni visita lo svaligio un po’, specie da quando hanno messo un piccolo caffè, dove mi posso sedere e guardare con calma i libri che mi interessano, che è come dire che compro il doppio, perchè c’è sempre qualche volume imperdibile. Adesso poi hanno anche un piccolo corner dove vendono oggetti che ti possono esser utili in viaggio, come il repellente per i tropici, oppure la zanzariera e via così.
A proposito di librerie, c’è una targa al 84 di Charing Cross Road, che ricorda un negozio di libri antichi (ce ne erano molti una volta), oggi scomparso, ma famoso per via di un film con Antony Hopkins e Anne Bancroft, che racconta la storia vera, tratta dal libro di Helene Hanff. La scrittrice americana aveva intrapreso una lunga relazione epistolare con questa libreria, che gli spediva volumi introvabili in America. Il libraio di riferimento invia e scambia volumi e lettere con la signora per molti anni, ma per via della guerra Helene non riesce ad arrivare in Inghilterra e questo viaggio viene rimandato. Quando finalmente ci arriva, il libraio è morto e il negozio svuotato dei libri e polveroso. Riesce solo ad andare a conoscere la moglie del libraio (Judi Dench) in un incontro che chiude il film. Ora quando la Bancroft esce dall’albergo a Londra per recarsi alla libreria, l’albergo è proprio il Green Park.
La verità è che, cercando di identificare cosa fa di Londra una realtà assolutamente unica, credo di poter dire che sia il fatto che ad ogni passo, ad ogni angolo ti imbatti nella storia, ma non nella Storia con la S maiuscola (anche ovviamente, ma questo capita in tante altre città), bensì nelle tante storie di personaggi, che arricchiscono la vita di questa città che racchiude un mondo sotto i più diversi aspetti.



Per spiegarmi meglio : arrivi davanti al British Museum, tempio del nostro passato dal punto di vista archeologico, ma sei nel quartiere di Bloomsbury, e subito emerge, nel giardino davanti al British e nelle strade limitrofe, il fantasma di Virginia Woolf.
Questa donna trasgressiva, dalla personalità complessa e anche tragica, parte di un gruppo di scrittori, filosofi e intellettuali, che hanno lasciato la loro impronta nella prima metà del XX secolo, è diventata parte della città.
Arrivi a Covent Garden in una piovosa giornata, tipica del clima londinese e mentre spulci ta i negozietti (c’è uno splendido negozio di tè della Compagnia delle Indie, il cui nome è tutto un programma) , ti ritrovi al mercato dei fiori e nel retro della mente risuona la voce di Eliza Doolittle, personaggio di Bernard Show, da cui era stato tratto un musical e poi il famoso film (My Fair Lady).


Poi passi per Speakers’ Corner ad Hyde Park, dove, molto prima dei social, si riunivano contestatori e dimostranti, per parlare e dibattere in pubblico e, subito dopo, sempre ad Hyde Park ti ritrovi a Wellington Arch e ad Apsley House, la casa londinese del Duca di Wellington, oggi un museo con opere di Canova, Velázquez e Rubens. All’ingresso troneggia un nudo di Canova che rappresenta Napoleone. Strane coincidenze della vita, il suo nudo (la rappresentazione del nudo rende illustri i personaggi riprodotti, secondo la tradizione) nella casa del vincitore di Waterloo, che determinò la fine di Napoleone e della sua ascesa e grandezza.
Attraversando il ponte di Blackfriars, tristemente noto perchè sotto il suo arco fu trovato il corpo senza vita del banchiere Calvi, ci si trova all’ingresso della Tate Gallery e all’interno ti trovi davanti ai quadri della collezione di preraffaelliti.
Non è un periodo pittorico che mi piace, ma ha sicuramente caratterizzato l’epoca vittoriana e il rimando alle famose “Season” di Londra, ovvero quel periodo dell’anno caratterizzato dalla mondanità, che ruotava intorno ai reali, ma era la massima aspirazione di tutta la upper class, è immediato. La mente va al chiacchierato John Ruskin, famoso critico d’arte (proprio anche dei pre-raffaelliti) e scrittore, con lo scandalo del suo matrimonio e annullamento, alla bellissima moglie Effie Gray dipinta dal secondo marito, pittore preraffaellita (John Everett Millais) e presente nei quadri della Tate.
È banale e stranota l’immaginaria casa di Sherlock Holmes in Baker Street, ma poi come non sentir risuonare i versi di Shakespeare nel Shakespeare Globe, sito nel borgo di Southwark. Il teatro, è del 1997, una ricostruzione del Globe Theatre, lo storico teatro, che ospitò la compagnia teatrale di William Shakespeare, distrutto da un incendio (1613), quando Shakespeare era ancora vivo, e poi ricostruito e definitivamente smantellato nel 1644.
Andando da Trafalgar Square a Piccadilly si passa davanti ad un monumento vivente del maschilismo britannico, The Athenaeum Club, fondato nel 1824 come club privato, riservato al sesso maschile e molto esclusivo. Vi facevano parte infatti solo artisti, scrittori, scienziati, ministri di gabinetto, vescovi e giudici. In epoca molto recente è stato aperto anche alle donne.
Infine non si può non soccombere al fascino (almeno io ne sono sempre catturata) della Royal Geografical Society. Fondata nel 1830 è ospitata in uno dei più bei palazzi vittoriani di Londra.
Si trova a Kensinghton a pochi passi dal Victoria and Albert Museum e quasi di fronte alla Royal Albert Hall (la sala per concerti dedicata al Principe Alberto, amato consorte della Regina Vittoria).
Si tratta del tempio della geografia. Nelle sue sale sono passati a presentare e dissertare sulle loro scoperte i più grandi ed importanti geografi ed esploratori. Ne hanno fatto parte Charles Darwin, David Livingstone, Henry Morton Stanley, Sir Edmund Hillary, Ernest Shackleton, Richard Francis Burton, John Hanning Speke, Robert Falcon Scott e molti altri, ma bastano questi a riportarci ai periodi eroici delle esplorazioni, delle avventure e delle rivoluzionarie scoperte. Lascio la chiusura di questa passeggiata per le strade di Londra alle parole razionali di Beppe Severgnini: “Londra attira perché è una città multipla, che riesce a essere insieme frammentata e omogenea, rivoluzionaria e tradizionale, eccitante e riposante (pensate ai parchi).”, e a quelle molto più affascinanti (a mio modo di vedere) di Henrich Heine: “Ho visto la cosa più straordinaria che la terra possa mostrare all’anima stupefatta: l’ho vista e ne sono sbalordito… mi sta sempre davanti alla memoria quella foresta pietrificata di case e, in mezzo, il fiume impetuoso di vive facce umane con tutto l’arcobaleno delle loro passioni, con tutta la loro fretta disperata di amore e di fame, di odio: Londra.”
Fabrizia Cataneo


