Una giornata a Porto

Ho sempre cercato di prendere le occasioni quando capitano e nei viaggi è importante, perché, a volte, un programma a lungo accarezzato non si realizza e poi invece capita per caso un’opportunità. Visto che il mondo è grande e in ogni luogo c’è qualche cosa che merita di essere visto, io non ho preclusioni e, se è vero che programmo molti dei miei viaggi,  sfrutto anche le occasioni che si presentano.

È così che sono approdata a Porto un anno e mezzo fa.  Dovevo partecipare a Lisbona, con mio marito, a uno di quei grandi meeting internazionali, che oggi  sono assolutamente banditi per via del covid. A Lisbona ero già stata una volta, ma una montagna di anni fa, così decidemmo di allungare la permanenza di un paio di giorni, dopo la conferenza.

Avevo però un pensiero recondito, quello di provare a visitare anche Porto,  che dista tre ore di treno da Lisbona con un treno ad alta velocità.  Non la conoscevo e vederla in poche ore era una sfida, ma un detto inglese recita “beggars can’t be choosers” ( che tradotto significa più o meno che i mendicanti non possono essere selettivi),  quindi, se volevo farmi un’idea di Porto, non c’era altro modo.

La figlia di una mia amica, con cui vado molto d’accordo, aveva fatto l’Erasmus in quella città e me ne aveva parlato.  La contattai prima della partenza con un veloce whatsapp e piovvero un po’ di consigli su cose imperdibili.

Finita la conferenza internazionale, durante la quale c’era stato spazio per qualche ora in giro per Lisbona e soprattutto per cenare assai bene, ci prendemmo il giorno per andare a Porto. Sveglia all’alba e, con il primo treno, arrivammo a metà mattina. Porto è una piccola città  di grande carattere e impatto e già scendendo dal treno mi conquistò: sulla banchina vicino all’uscita un banchetto tutto rosso di ciliegie ci accolse e una graziosa e gentile ragazza offriva una ciliegia ai passeggeri che arrivavano. Un tocco di originalità e subito comprai un po’ di ciliegie come colazione.

Poi la prima tappa al Cafè Majestic nel corso più alla moda (Rua Santa Catarina). Un tuffo nel passato,  un’epoca perduta, che rivive negli interni sontuosi Art Nouveau. Essendo così famoso e super frequentato il servizio era frettoloso e impersonale. Peccato, l’unico appunto a questo luogo altrimenti magico. Comunque seduta a un tavolo di questo affollato caffè mi persi negli stucchi, i ferri battuti, le lampade e gli specchi, che rimandavano immagini di moderni avventori in un contesto dove non mi sarei meravigliata di incontrare un signore con cilindro e bastone accompagnato da una dama in un lungo abito con cappello e lunghi guanti secondo la moda di inizio ‘900.

Da li partimmo ad esplorare la città a piedi cercando di cogliere le cose più particolari. Arrivammo alla chiesa di St. Ildefonso con i suoi azulejos nel sole. Restammo seduti un po’ su un muretto con davanti questa chiesa, che di nuovo ci tirava indietro verso un tempo lontano tanto più reale, perché il luogo era tranquillo e silenzioso, pur essendo uno dei maggiori punti di interesse. Eravamo un po’ defilati dalla folla in un clima assolato e luminoso come in piena estate, ma senza il caldo soffocante dell’estate.

Restammo poi senza fiato davanti al muro bianco e azzurro dell’iglesia do Carmo e poi ci vennero incontro gli interni e le facciate di altre chiese bellissime fino ad approdare alla torre dos clerigos, alla sua magnifica chiesa barocca e alla vista fantastica che si gode in cima alla torre, da cui si domina l’intera città, in compagnia del vento e con tutti gli altri rumori cittadini attutiti dall’altezza.

Andando via,  mentre stavamo attraversando la piazza ampia e solitaria nell’ora della siesta pomeridiana, un musicista di strada iniziò a suonare la tromba e sembrava che suonasse per noi, che ci trovavamo quasi al centro della piazza, così mi rivolsi con un inchino a mio marito dicendo “shell we dance?”. La sua faccia avrebbe meritato una foto, che non fui pronta a fare perché scoppiai  in una risata irrefrenabile, ma il gesto un pochino folle era in linea con l’atmosfera di allegria che animava la piazza.

Ovviamente non trovai riscontro e approvazione, così proseguimmo verso il fiume e fu di nuovo amore a prima vista.

La città digradava con case di mattoni e tetti rossi, verso il fiume Douro, che scorreva ampio e maestoso, attraversato da qualche pigra imbarcazione, mentre sulle sue rive ferveva la vita di caffè, ristoranti,  turisti e locali indaffarati. Un imponente eppure aereo ponte ad arco di ferro attraversa il fiume e ci portò sull’altra riva, dove stradine invitanti e colorate ci richiamavano verso le famose cantine, ma non c’era tempo e ci dovemmo accontentare di  guardare alcune botti di porto stivate su barche a vela.

Un ultimo caffè da un tavolino sul fiume con i gabbiani, che ci volavano intorno ed il ponte sulla sinistra e poi di corsa alla stazione a prendere il treno che ci avrebbe riportato a Lisbona, dopo questa parentesi di luce, di vita antica e moderna incastrata come un puzzle tra le pietre di questa città così accattivante, brillante, vivace ma nello stesso tempo tranquilla, in movimento  ma con ampio spazio per respirare con calma la sua particolare atmosfera.

Prima di appisolarmi in treno pensai che le parole di Josè Saramago in  “Viaggio in Portogallo” acquistavano un senso e riassumevano concisamente ma perfettamente questa città “Porto è uno stile di coloreunarmonia fra il granito e i colori della terra che il granito accetta, a eccezione dell’azzurro se con un bianco trova un equilibrio nell’azulejo

Fabrizia Cataneo

Viaggiatrice